La
Bottega
Del
Tornio
Produzione
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La mia passione per la ceramica è nata durante gli anni della scuola e si è consolidata con l’incontro con Alessio Tasca, negli anni ’60.

Frequentavo l’Istituto d’Arte di Nove al mattino e nei pomeriggi che avevo liberi mi recavo al laboratorio di Tasca, che proprio in quegli anni cominciava la propria attività indipendente. Oltre al grande artista, lavorava al laboratorio Candido Fior, che è stato uno dei miei primi  insegnanti per quanto riguarda la manipolazione della creta.

Ho inoltre imparato molto dai tornianti Giorgio Nicoli e Toni Zanotto, conoscenze che mi hanno permesso di proseguire e portare avanti in modo autosufficiente la produzione al tornio di Tasca. 

Al laboratorio avevo conosciuto Orazio Canesso, con il quale abbiamo deciso di  mettere insieme le conoscenze acquisite e partire con un’avventura in proprio, successivamente all’attività con Tasca.

Abbiamo partecipato a fiere e fatto molte esperienze, concentrando le nostre energie sulla ricerca formale e sui vari tipi di maioliche, facendo in modo che i prodotti da noi realizzati ci caratterizzassero.
Nel 1978 si è aperta la parentesi della scuola. Ho insegnato all’Istituto Statale di Nove per una decina d’anni. Mi sarebbe piaciuto proseguire con l’attività didattica ma la voglia di vedere il progetto del laboratorio realizzato era tanta.

E’ nata così la Bottega del Tornio. Il nome deriva dal tipo di lavoro che effettivamente svolgevamo, ossia quello del tornio. Tutti i nostri oggetti erano realizzati con questa macchina, affiancando in un secondo tempo altri sistemi, come la trafila,  con cui abbiamo fatto più che altro oggetti promozionali.

All’inizio eravamo partiti con la maiolica perché avevamo maggiore esperienza; avevo lavorato anche col gres, ma sempre nell’ambito del laboratorio di Tasca dove avevamo le strutture per lavorarlo.
Pian piano ci siamo costruiti questo nuovo laboratorio a Marostica e ci siamo interessati e avvicinati alla tecnica Raku, di cui si cominciava a parlare. Io ero rimasto affascinato dai lavori del giapponese  Norio Shibata al Simposio di Nove del 1978, che aveva portato in città i ceramisti di tutto il mondo. L’artista giapponese aveva scavato nel giardino un forno in trincea, tre camere di cottura sottoterra. La prima camera faceva il biscotto, la seconda la maiolica e la terza faceva Raku in contemporanea.

Da questo incontro, conoscendo anche amici che già si cimentavano con questa tecnica, è nata la ricerca sui materiali appropriati e le scelte cromatiche per il Raku, dando vita così ad una piccola gamma di prodotti che affiancava la produzione di maiolica.
Da questo nucleo ridotto siamo passati ad una gamma variegata di oggettistica di arredamento (vasi, ciotole, piatti…) fino ad arrivare ai gioielli, mettendo a punto la preziosità del materiale (per questo mi sono avvalso della pazienza e della caparbietà di mia moglie).
Nel processo di lavorazione Raku ho sempre cercato di non affidare niente al caso. Per quanto è possibile voglio essere io a governare gli elementi; di volta in volta seguo le fasi e con l’esperienza faccio in modo che gli oggetti siamo più possibile simili a ciò che ho in mente.

Un passo importante per la Bottega del Tornio è stato quello di sposare l’oggetto Raku con l’esigenza industriale. Sembrava impossibile e invece siamo riusciti a mettere insieme tutta una struttura idonea alla produzione. Si è aperto un mondo che non si pensava di poter esplorare…

La cosa più entusiasmante dell’attività è riuscire nelle idee che hai. Vedo che sto raccogliendo i frutti di ciò che ho seminato, che il lavoro di oggi mi dà ragione delle esperienze fatte. Si tratta di gratificazione morale oltre che materiale.

Ciò che caratterizza la Bottega del Tornio è che non ci siamo mai chiusi alla gente, come dimostra l’opportunità di usare il laboratorio una volta al mese per il Workshop Raku.

Incontrare ed interagire con le persone che si accostano a questo lavoro ti dà molto. Ho voglia di trasmettere la mia esperienza, come aveva fatto Tasca con me a suo tempo, senza segreti. L’apertura agli altri deriva proprio dalla mia esperienza con il maestro, che quando aveva l’occasione di partecipare a qualche mostra, fiera o evento diceva ‘vengono anche i ragazzi con me’.

Una cosa bella che si vede nel corso dei Workshop è che c’è una collaborazione generale, perché vengono tutti da esperienze diverse. Seguo chi viene per la prima volta, poi però già le volte successive si è indipendenti e ci si confronta gli uni con gli altri. Faccio trovare loro la tavolozza con tutti i colori, sanno dove trovarli e dove riporli. Le tonalità hanno la stessa caratteristica per quanto riguarda la cottura e la fase di lavorazione per cui i tempi sono più veloci e facilmente gestibili.

Io sono sempre stato abituato ad osservare, a curiosare tutte le cose che mi circondano, anche le più insensate o ingenue. Anche ai ragazzi a scuola dicevo ‘guardate, osservate, che poi le cose vi torneranno utili’, e non mi sta dando torto questa filosofia.
E’ bello vedere alla fine che c’è chi mi apprezza, mi viene a trovare. Un ragazzo che aveva fatto uno dei primi laboratori, tornando mi ha detto ‘il clima è il solito, è il resto che è cambiato’. E mi ha dato soddisfazione perché evidentemente il piacere di stare insieme è rimasto, nella filosofia del Raku, che significa ‘gioire, gioire del tempo’.
Io ho avuto la possibilità e la fortuna di poter fare ciò che amavo, non tutti l’hanno avuta. Se vado ad analizzare la mia vita, la vedo a segmenti: sono nato per ultimo nella mia famiglia, le mie sorelle più grandi  han dovuto per forza lavorare, mentre io ho potuto andare un po’ più avanti con gli studi e prendermi il diploma. Poi ho  fatto l’esperienza con Tasca che era per me come una seconda famiglia; ho fatto il militare e ripreso il lavoro dove l’avevo lasciato, ho avuto la possibilità di non essere fossilizzato in un’unica tipologia di lavoro ma di saper gestire la realizzazione di un prodotto a 360°, dall’inizio alla fine; poi c’è stata la scuola, poi il laboratorio…

Fintanto che al mattino mi sveglio e non vedo l’ora di venire in bottega a far le cose che mi interessano vuol dire che si va a lavorare volentieri. Quando mi mancherà la verve… diamo un giro di chiave e cerchiamo qualcos’altro! Fintanto che c’è questa volontà di ricominciare, benvenga…

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